Operazione

Quartier Generale

 

02 maggio

Ed è sturia di colazione. Dal ventesimo piano, all'alba delle otto e trenta (magie del jet-lag), intenti a coordinare i movimenti con le bacchettine notiamo una scena veramente giapu. In un cantiere dall'altra parte della strada una trentina di muratori distinti da tute colorate in tre tinte differenti, praticano una ordinatissima ginnastica collettiva. Corse, esercizi e stretching. Dopodiché si raggruppano in file geometriche e stanno immobili, immaginiamo ad ascoltare le disposizioni per la giornata. Non ci stupirebbe saperli intrattenuti da un discorso del tipo "quanto siamo cazzuti che adesso costruiamo una roba che in confronto la grande muraglia è un pezzo di lego....". Intanto però visti da quassù sembrano davvero omini del lego.

"Che si fa?", si va all'inaugurazione del padiglione italiano della fiera. Ci muniamo di pass e torniamo nella zona-palco. Laddove ieri erano montati i nostri strumenti, oggi disposti in semicerchio di fronte ad una numerosa platea seduta, ci sono una dozzina di personaggi incravattati che dopo aver declamato un discorsetto ciascuno ed aver atteso la traduzione italiano-giapponese-giapponese-italiano, a seconda della nazionalità, si accaniscono con le forbici sul nastro inaugurale. Seduto in prima fila anche un sosia di Vittorio Sgarbi, che guardato più attentamente risulta essere Vittorio Sgarbi. Più tardi, nel chiacchiericcio fra espositori e referenti amministrativi sentiremo anche di critiche rivolte all'onorevole (?) reo di essersi messo a sbadigliare vistosamente durante il discorso di un responsabilecapopoliticocommercialedichissàche Giapponese. Ora con i giapponesi si possono fare determinate cose, tipo affondargli le portaerei, riempirli di mazzate con le arti marziali (se si è in grado), raccontargli che i loro film sono spesso una palla incredibile. Quello che non si deve fare è essere maleducati con loro. Non ci stanno dentro.

Ecco alcune fondamentali norme di comportamento. Innanzi tutto: loro si salutano con gli inchini. I più internazionali non si scompongono alle strette di mano, ma spesso le considerano una stramberia. Non si aspettano che gli occidentali imparino a memoria tutte le abitudini ma sono molto contenti di vedere anche solo un accenno di buona volontà. Per gli inchini noi ci atteniamo allo standard Sean Connery in "Sol levante" ovvero un leggero cenno del capo. Invariato a seconda della persona che abbiamo di fronte, laddove l'etichetta prevede una serie di inchini più profondi a seconda del grado di importanza dell'interlocutore. Mai soffiarsi il naso in pubblico, o giocherellare con le bacchette, trascurare un biglietto da visita o pulirsi il viso con l'oshibori: il tovagliolo caldo che viene portato in tavola. Etc. etc.

Dopo aver assistito all'esibizione di una tenera banda percussionistica formata da bambini di tre o quattro anni con tanto di stendardi e majorettes ci perdiamo singolarmente fra i padiglioni per poi convergere sul ristorante piemontese.

Il Piemonte occupa il sessanta per cento dell'esposizione nazionale. Ben inteso noi andiamo tutti matti per la cucina giapponese ma innanzi tutto qui siamo ospiti e poi fra colazioni e cene, per otto giorni avremo il tempo di farci venire le branchie a forza di sushi.

E' quasi ora di suonare. Il concerto è infatti previsto per le due del pomeriggio. Luce solare e sedie in sala. Sarà un'esperienza strana. Ma il meglio deve ancora venire. Man mano che ci avviciniamo scopriamo che la platea è composta in prevalenza da sessantenni. Giapponesissimi. In effetti tra i pochi che essendo in pensione possono dedicarsi a questo genere di svaghi - tipo andare a vedere i Subsonica - alle due del pomeriggio. Una sorta di simpatica Cristina d'Avena locale sale sul palco ed incomincia a presentarci uno per uno in giapponese. Il pubblico mostra interesse. A noi scappa da ridere. E ridiamo anche parecchio suonando. E loro, tutti seduti attentissimi. Qualcuno batte anche le mani. Piano piano si radunano a lato anche diversi giovani, alcuni dei quali in abiti neo-punk. Si incuriosiscono. Gradiscono. Discolabirinto - Nuvole Rapide - Aurora sogna - Strade - Cose che non ho - Tutti i miei sbagli - Liberi Tutti- Depre - Sole silenzioso. Un curioso personaggio in fondo alla sala agiterà le braccia battendo le mani dal primo all'ultimo brano. Anche quando il Ninja scatta la foto durante i saluti quello rimane lì e batte le mani a tempo. 

Scendiamo dal palco per incontrare il nostro nuovo pubblico attempato. Firmiamo autografi e qualche cd ci sono anche ragazze più giovani e ragazzi che hanno ballato nel piccolo spazio sotto il palco sugli ultimi pezzi. Ora ci aspetta la città. Una doccia nel vicinissimo albergo e poi tutti dietro a Cipo che si è fatto lo strippo di imparare alcuni fondamenti della topografia locale e ci condurrà come un piccolo Mosè in terra d'oriente. Aspettiamo un pullman che arriva con orario spaccato al secondo. Scatta l'applauso. Dopodiché metropolitana.

   

Prima destinazione: Città Den Den, il paradiso delle tecnologie a prezzi scontati con trecento negozi specializzati. Max protesta ma è l'unico che comprerà qualcosa. Cuffie introvabili in Italia. In realtà ci sono buonissime occasioni sull'usato, ma il nostro potere d'acquisto non è un granché. Ninja, Cipo, Sem, Boosta e Samuel girano in trance per gli immensi centri commerciali elettronici come bambini in un negozio di giocattoli.
Altra metropolitana e la situazione diventa più interessante. Siamo nel quartiere Dotonbori, la più alta percentuale di insegne al neon del mondo. Il paragone con Blade Runner è assolutamente azzeccato. Le strade sono piene di gente mentre incomincia a fare buio, schermi suoni vetrine luci e ancora luci tra le vie strette. Rimaniamo addirittura frastornati. 

Osaka è anche nota per essere una meta della cucina. Sfruttando le sapienti indicazioni di una italiana residente in città entriamo in un bellissimo ristorante assolutamente non turistico (in realtà non abbiamo visto molti occidentali in giro) dove ci lasciamo servire senza batter ciglio. Anche perché il menù e completamente scritto in giapponese. Al termine dopo aver dato il giro alla cambusa del sakè il grosso del gruppo decide di rientrare. Samuel Ivan Camilla Tony e Raffa assieme ad un tot di ragazze degli stand rimarranno per cercare un locale. Mirco sulla strada del ritorno proferirà: "speriamo solo che conciati come non si perdano Camilla, che quella ci ha sempre la testa tra le nuvole". Camilla si perderà dopo appena cinque minuti e verrà ritrovata dopo un lungo ed accurato  setacciamento tra i vicoli e i ponti del centro. Urlerà improperi in italo-bresciano per nulla sfiorata dall'ipotesi di avere la benché minima responsabilità dell'accaduto.

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