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SUBSONICA 16/02/08

Concerto a Varese - Palasport - 5000 persone

Concerto a Varese - Palasport - 5000 persone

C'era una volta, in un mattino dorato dal sole, una grossissima casa con le ruote alla ricerca di un luogo sicuro dove sostare tra le strettissime vie del centro di Verona.
L'aria profumava di un ingannevole odore primaverile ma il freddo pungente ristabiliva il giusto ordine delle cose. Febbraio è un mese freddo, anche se la voglia che questo inverno finisca è forte, un inverno fatto di luoghi persone ricordi e solitudine.
Uno di quegli inverni freddi e senza neve.
Sei figure raggomitolate nei loro mantelli, scendono in fila indiana dal portello laterale. Il primo di loro tiene in mano una scatola magica.
"cosa dice, ivan?" chiedo.
"cosa?" mi risponde ivan con aria assorta.
"il navigatore!" rispondo.
"Ah! beh! Circa trecento metri." mi dice sorridente.
"ok andiamo" esclama convinto.
Ci mettiamo in marcia con un andamento confuso quasi come se da un momento all'altro la strada dovesse scomparire da sotto i piedi.
Ivan, con in mano la scatola magica, pilota il drappello con sicurezza e determinazione, fino a quando uno di noi gli fa notare che stiamo girando in tondo da circa dieci minuti.
Questo getta il gruppo in quel leggero stato di confusione, che in genere ci fa sbagliare strada.
Filiamo via come fantasmi tra la gente che affolla il centro, negli anni abbiamo imparato ad attraversare popolatissimi luoghi senza lasciare la minima traccia del nostro passaggio.
"Eccoci" urla ivan...
La voce proviene da un piccolo vicoletto sulla destra della strada centrale. Distratti dal fatto che ci troviamo di fronte alla casa di Romeo o Giulietta...boh, che per la festa di san Valentino ha attirato a se orde di innamorati, pronti ad immortalare i loro sentimenti con foto o con piccole scritte sui muri circostanti, non ci rendiamo conto che ivan ha trovato qualcosa.
Una vietta quasi trasparente, invisibile, si apre sotto i nostri sguardi increduli, e ne veniamo inghiottiti subito.
Ivan, con l'aria di chi ha appena trovato un tesoro, ci aspetta sulla porta della locanda che ci ospiterà per il pranzo.
Non capita spesso di passare del tempo nel centro della città in cui hai suonato, i palazzetti generalmente sorgono vicino all'autostrada, e i tempi di spostamento da una città all'altra sono lo spauracchio di tutta la produzione.
Dobbiamo abituarci all'idea che quello che portiamo in giro è uno spettacolo fatto di molte persone che lavorano duramente per far girare tutto e noi siamo parte di un ingranaggio da oliare alla perfezione. Il ritardo e le visite di piacere non sono contemplate. Ma oggi gira così e Verona è bellissima.
Entriamo.
Il mio sguardo viene subito rapito da un piccolo sciame di streghe con manico di scopa appese al soffitto irrigato da enormi travi in legno scuro. I muri sono tappezzati da foto di artisti, attori, comici uno di quei luoghi dove puoi far decollare l'immaginazione, dove il tempo sembra si sia fermato e i personaggi delle foto hanno sguardi sorridenti, rasserenanti, tutti amiconi.
Ma la mia attenzione, notoriamente labile, si sofferma sulla foto di un signore a torso nudo che cavalca un bellissimo purosangue.
Foto che fa riaffiorare in me la leggendaria storia di mio padre che negli anni 70 dopo una serata con amici tornò a casa ubriaco brandendo il contratto d'acquisto di un cavallo a monta americana.
Storia che ovviamente non posso suffragare data la giovanissima età dell'epoca ma che negli anni si è evoluta fino al punto che qualcuno giura di averlo visto cavalcare il destriero in pieno corso Giulio!
Cullato da questa immagine e dall'atmosfera decisamente rilassante pranzo e ci rimettiamo in marcia.
Il sentiero che ci riporta alla nostra casa viaggiante è incredibilmente piú corto e nel giro di mezz'ora siamo gia lanciati in autostrada alla volta di Varese.
Il palazzetto è fatiscente, in pratica cade a pezzi, ma tutto è pronto per le prove. Come ogni giorno i nostri tecnici hanno fatto l'impossibile dormendo poche ore e correndo da una città all'altra per darci la possibilità di salire sul palco.
Ci attiviamo.
Prove, massaggi, alcuni mangiano altri no! E ci prepariamo al concerto.
Mi piace osservare il  palazzetto che si riempie, guardare le persone che a gruppi entrano e prendono posto. Osservare l’aspettativa nei loro occhi paradossalmente mi rilassa.
Allora mi posiziono come al solito vicino al palco in una di quelle zone dove stazionano gli imballi delle casse e delle luci, vengo scambiato per un facchino, e devo pure spostare una transenna visto che il promoter sostiene che ”li dovè non va bene”

Ma  non me ne curo, lo faccio e basta, visto che la cosa mi fa sempre un sacco ridere.
L'ultima cosa a cui pensa il personale che lavora nei palazzetti, guardandomi, è che io sia il cantante del gruppo che sta per salire o è appena sceso dal palco..
Molto probabilmente devo rivedere qualcosa nel mio look.
Addirittura una volta dopo un concerto, telefonando, sono distrattamente finito fuori dal palazzetto, hanno chiuso e non mi volevano far rientrare.
Fortunatamente arriva sempre Ivan, che per altro viene riconosciuto subito e mi salva quasi sempre, cazziandomi per il fatto che non dico mai chi sono, ma non ci riesco proprio a pronunciare la mitica frase “Lei non sa chi sono io” è più forte di me, preferisco continuare a spostare transenne .
Il concerto inizia, e miracolosamente passiamo dal essere ectoplasma a carne e ossa.
Per i primi due pezzi fila tutto liscio.
Poi?
Poi succede di tutto!
Le mie orecchie decidono di andare in vacanza, la mia concentrazione pure, e anche il sint di Discoteca labirinto, che dobbiamo spostare nella seconda parte del concerto. Panico!
Sento le tastiere di boosta suonare in una tonalità  e la chitarra di max in un’altra.
Li guardo sornione pensando ad un errore umano, ma vedo che continuano a suonare con tranquillità preoccupante per me.
La sensazione è devastante, non riesco ad intonare nulla, cerco di concentrarmi su qualsiasi cosa che mi possa dare un riferimento ma il riferimento non arriva, sbaglio così l’ingresso di molti brani e quelli che azzecco li canto stonati.
Penso che se per sfiga c’è in sala qualche giornalista al quale sto antipatico si starà godendo il concerto più di qualsiasi altro mai visto.
Distrutto nella psiche trovo il coraggio di guardare il pubblico. E vengo piacevolmente stupito. A differenza di quello che ho nella testa vedo le persone felici, sorridenti, prendersi a spintonate lanciandosi in balli sfrenati e cantando a squarciagola ogni parola, sorridendo quando sbaglio.
Questa e’ la fortuna di avere un pubblico come il nostro. Che ti vuole bene.
Il mio orgoglio fa il resto, come in uno di quei film in cui il protagonista a dieci minuti dalla fine e’ steso, esangue, poi si rialza e fa il culo a tutti, reagisco.
Non la definirei proprio una prestazione ottimale, ma pareggio i conti, grazie anche ad un ultima parte in cui il concerto sale d’intensita, e ai miei soci che non sgarrano una virgola.
Rientro nei camerini amareggiato, pensando di aver perso il “mai più  moscio“ dell’intonazione, deciso a cambiare mestiere, convinto che la vita non abbia più senso, ma nel  momento piu’ alto di autocommiserazione, incontro Sem il nostro fonico di palco, che mi dice di aver provato lo stesso sbilanciamento armonico che ho avvertito io, che era frutto della somma di armoniche che, in quel palazzetto, risuonavano in quel modo……… bla bla bla….la definizione che mi è stata data e “Flangering”
Vado in doccia sollevato, ma non ancora convinto.
Il resto va da se, stremati da tre concerti rientriamo nella nosta accogliente casetta con le ruote, percorriamo l’autostrada che ci porta in albergo a Milano.
Un albergo posizionato incredibilmente tra  l’Hollywood e il Tokeville in pieno centro, niente di piu distante dal nostro umore e dalla comodità di parcheggio.
Ivan con il coraggio di un paracadutista si infila con il camper nella strettissima stradina dell’hotel che verso l’una e mezza di sabato sera ha la stessa densità umana di New York in orario lavorativo.
Scendiamo avvolti nei nostri mantelli e fluttuando invisibili dribbliamo calciatori e veline intenti a succhiare il midollo della vita, scomparendo nelle nostre stanze.

Il  facchino


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