Rassegna Stampa / Articolo
Notte da eclissati
di Danilo Di Carlo
Parte 1
Uffa. Sono ancora qui bloccato nel caos cittadino delle notti romane. Semaforo. Verde. Ripartiamo. E' troppo bello stare sdraiati dietro e vedere dal finestrino le luce dei lampioni, scorrono come scie luminose sul blu notte a ritmo della musica che "pompa" qui in macchina.
Svolta a sinistra, parcheggiamo e scendiamo. Un ragazzo col cappello simile al mio mi guarda. Un sorriso. I suoi occhi sembrano meravigliati. Faccio finta di niente e vado con il resto del gruppo verso l'entrata. Sento dei passi dietro di me. Una ragazza con il cappuccio bianco mi fa:"Ehi ciao ma sei proprio tu?". Il mio amico le risponde:"Si scusa ma siamo in ritardo". Le sorrido e cammino dritto. Una folla alla mia sinistra. Tutti davanti quelle transenne. Il limite tra la realtà e la trasgressione. Saluto i buttafuori, entro ed ecco che mi accoglie subito il direttore. "A bello, è da un bel pò che non se vedemo!". Gli faccio cenno di si con la testa. Dritto e mi accorgo che intorno a me hanno cambiato un pò di cose:disposizione dei tavoli, colori delle lampade, ragazze che fanno il mio cocktail preferito.
Il mio socio mi da una pacca sulla spalla e inizia a saltellare. Già brillo l'amico. Salto lo scalino, lascio a terra il mio trolley color militare, apro la mia fonte di sonorità e scelgo il mio primo disco. Saluto i ragazzi che mi aiuteranno stasera ad accompagnare le mie onde con i loro effetti sul pubblico.
Laggiù entra il primo gruppo. Ancora quel ragazzo col cappello. Stavolta mi guarda fisso e con un volto serio. Mah.
E' ora di iniziare con il ritmo che va più veloce dei battiti di un orologio.
Parte 2
Il ritmo è iniziato, la notte è iniziata. Lavoro sul disco e creo le prime sonorità. Ecco la traccia.
Il mio socio è accanto a me. Ha il sorriso di sempre. Controlla i suoi dischi nella borsa. Ma tanto solo fra mezz’ora toccherà a lui. Il precisino, il miscelatore dei segnali, lo stakanovista della consolle. Mi definiscono in tanti modi. Questo per me è creare vera musica. Il mio cappello va su e giù. Seguo le onde. Ogni tanto rivolgo lo sguardo al pubblico di queste notti romane. Davanti a me c’è una fila di ragazze: alcune ballano fissandomi, altre invece hanno in mano una digitale. Proprio queste, mentre faccio il mixaggio, mi scattano delle foto. Quei flash, insieme alle luci intermittenti della sala, non mi danno fastidio. Tutto serve per l’ottima riuscita della serata. Mi piace vedere il sorriso sul loro volto mentre muovono il corpo. Tolgo il cappello. Nella cuffia sento la traccia successiva. Può andar bene.
Ecco che arriva il tuttofare del gruppo. Prometto che se mai avrò una villa, sarà il mio maggiordomo. “Il tuo drink. Come sta andando?”. Gli faccio un cenno con la testa e inizio ad muovermi con il busto seguendo il ritmo. Vedo che anche lui fa la stessa cosa e mi guarda entusiasta. “Wow”. Il socio mi rivolge le spalle. Guardo meglio. Sta parlando con uno dei pr che è su un piano poco più alto rispetto al nostro. Gli si avvicina una ragazza. Lo guarda. Alza la mano per un saluto. Il socio incomincia a parlare con lei. Il pr con una faccia meravigliata del tipo “Va bè” se ne va. Ma di che ti stupisci. Penso alla mia musica. Muovo le dita sul disco. Questo per me è la fiamma che non si spegne mai. Sento una pacca sulla spalla destra. “Ehi dai ora tocca a me”. Con gli occhi indico al socio la ragazza con cui stava parlando. “No, no. Con quella dopo”. Concludo. Metto un ritmo più lento. Gli passo la cuffia.
Mollo tutto. Per un attimo penso alle parole di un’amica.“Godiamoci la vita amici. Chi se ne frega”.
Parte 3
Complimenti. Bravo. Certo potevi restare un po’ di più. La settimana scorsa mi hanno detto che siete stati favolosi. Uno mi da un pennarello nero in mano. “Scusa, potresti?”. Firmo. Il mio “tuttofare” mi fa da bodyguard. E’ come l’ariete. Mi trovo in una fase di sfondamento. Saliamo gli scalini. Non ci posso credere. Ho già il fiatone. Arrivo all’ultimo. Mi ferma una mano. “Ehi guarda, lui è il dj e..”. Arriva il direttore. “Che fai!Lasciali passare”. Camminiamo. “Allora ragazzi, come vi sembra stia andando la serata?”. Il mio amico lo guarda. “Bene, bene. Oggi c’è molta più gente del solito”. Si gira alla sua sinistra e guarda verso il basso. Già. Dalla consolle non l’avevo notato. E’ colmo di persone. Anche davanti l’entrata.
Ci avviciniamo tutti e tre al bancone. “Per me vodka lemon”. “Un bayles”. Io guardo la cameriera. Le sto per parlare ma mi interrompe. “Il tuo è già lì”. Per un attimo ho lo sguardo perso. Faccio attenzione. Effettivamente è davanti i miei occhi. Il direttore mi guarda. “Hai visto come siamo efficienti qui”. Faccio cenno di si. Ma lo sai da quanti anni vengo qui. “Ho saputo che avete cominciato di nuovo a fare un altro viaggio. Dovete andrete la settimana prossima?”. Penso. Vedo il mio “maggiordomo” fare la stessa cosa. “Guarda. Udine. Verona. Varese. Abbiamo anche qualche progetto per l’estero”. Lui ci guarda. “Certo che vi siete dati da fare parecchio in quest’ultimi anni”. Già. Ogni volta che qualcuno mi parla del trascorre del tempo penso sempre alla mia città. A quelle luci. Al calore dell’affetto della gente. Dei miei amici. Quelli veri. Che anche da lì ci seguono. O da lì. Dove siamo soliti rivolgere le nostre emozioni. Spirituali. Ora nella testa ho solo un susseguirsi di immagini. Scatti. Tutto è nei ricordi. Tutto è nella musica. La nostra.
Do un sorso. Muovo la testa seguendo il ritmo del socio. Do un altro sorso. Mi giro intorno. Una ragazza è seduta sulle gambe di un ragazzo. Un gruppo di ragazzi sono ad un tavolino circondato da divani neri in pelle. Stanno stappando una bottiglia di spumante. Uno di loro si tira indietro. Ecco gli schizzi. Laggiù invece due ragazze si stanno parlando. Entrambe con la gonna. Una di loro ad un tratto mi fissa. Sembra che stia seguendo lo stesso il discorso dell’amica. Annuisce. Per me ora starà solo sentendo bla bla bla. Il mio amico si mette davanti a me. “Dai andiamo”. Distolgo l’attenzione. Scendiamo gli scalini. Mi fa ancora strada. Le persone mi salutano. Ci scambiamo una stretta di mano. Un sorriso. Quanta gente. Ma quanti mi seguiranno in realtà. Un ragazzo con il cappello mi chiama. Ha un cd in mano. Lo sventola. Con il dito gli faccio cenno di fare più tardi. Altri scalini ed ecco il mio socio. Salta come qualcuno che conosco bene. Alla perfezione. Prendo la borsa. Scelgo un disco. Lo appoggio per un attimo lì sul tavolo. Guardo la mia “mela mozzicata”. C’è una foto sul desktop. Chissà come starà lei.
Parte 4
Le luci. Le vibrazioni. Questo è il cocktail che preferisco. Qui a Roma come sempre si respira un’aria diversa. Ormai dopo anni di club, discoteche e feste varie, riesco a capire quando le persone che ho davanti si stanno divertendo. Perché questa è l’unica regola. “Ehi mitico. Tocca a te”. Solita pacca sulle spalla. Prendo il disco che ho lasciato sul tavolo. Via. Cerco di ritagliare un martello ritmico. Danzante. Saltellante. Insomma è arrivato quel momento. Scuotere la gente e dare la spinta emotiva giusta. D’impatto. Una situazione dove il protagonista non è più il dj ma colui che riesce a stare al tempo di questo mix. Suono luce. Davanti a me le solite persone che mi guardano. Fissano. Sono concentrato. Cerco di non mostrare emozioni. Sono davanti alla consolle. Ecco l’onda ritmica che cerco. La piego. Alzo il picco. Scratch. Subito riprendo la traccia.
Laggiù un gruppo di ragazzi alza la mano. Mi incita a continuare così. Altri due invece si avvicinano dal centro della sala. Mi guardano. Sorridono e poi alzano il dito medio della mano. Sorrido. Riprendo la mia arte. Mi piace chiamarla così. Non è solo una passione. Non è solo un lavoro. E’ qualcosa di indefinibile che scorre nelle tue vene.
Tutto è cominciato dalle arcate dei locali della città industriale. Da quando abbiamo deciso di unire i nostri impulsi e i nostri pensieri in un vortice ballabile. Nelle notti della groova.
Lì ho conosciuto le prime persone con cui abbiamo creato questo progetto che portiamo avanti da quasi dodici anni. Siamo cresciuti in questo scenario. Fatto di incontri, conoscenze, dibattiti. Clandestinità. Nelle fabbriche. Lungo il fiume. In mezzo alla gente. Questo è il mio stile.
Mi fermo per un attimo. C’è quel ragazzo con il cappello. Mi da un cd molto familiare ed un pennarello nero. Firmo. Mi urla:”Grazieeeee”. Il tempo va. L’atmosfera si fa più intensa. Il tutto mi gratifica completamente. Una sensazione di benessere. Vedo in lontananza le prime persone dirigersi verso l’uscita. Continuo. Alzo le mani e urlo. Il mio socio ripete quello che faccio. Lo guardo. Impressionate. Muovo il cappello con la testa. Ondeggio con il corpo. Gli schermi dietro di me trasmettono immagini di cartoni animati. Quelli degli anni 60. Alzo la visiera del cappello. Ecco che arriva il nostro tuttofare. “Ragazzi fra un po’ ce ne andiamo. Vado a parlare con il direttore per sapere della prossima serata”.
Chissà quando ritorneremo. Visto che stiamo nel periodo del tour sicuramente dopo il concerto che faremo qui. Il mio socio prende in mano la situazione e decide di concludere lui. Mi lascio trasportare. Sta mixando un grande classico della dance anni 90. Le persone davanti a noi diminuiscono. Sono quasi le 5 del mattino. Con la stanchezza che ho continuerei per altre ore.
Mi tolgo le cuffie. Le poso sul tavolo. Ballo. Inizio a girare su me stesso. Stringo la mano ad un pr che se ne va. “Complimenti per la serata. Alla prossima”. Il socio da un ritocco all’ultima traccia. Con la stessa determinazione. E’ un tipo che non molla mai. “Ok ragazzi, possiamo tornare in albergo”. Scratch sul finale. Sistemo i dischi nella loro custodia. Spengo il mac. Metto tutto dentro il mio trolley militare. Saluto i tecnici della luce. Anche oggi sono stati fondamentali per la buona riuscita della serata. Prendo il mio cappotto lungo nero. Usciamo dal locale. C’è una leggera pioggia. Cade su di noi. “Dai entra in macchina”.
Mi lasciano lo sportello posteriore aperto. Sistemo il trolley li dentro. Mi ci butto sopra. Alzo lo sguardo verso il finestrino. Partiamo. Ecco lo scorrere delle scie luminose. Stavolta c’è una musica più lenta. La serata è stata magnifica. Si. E’ passata. Ma qualcosa è rimasto. Il rimbombo nelle mie orecchie.
Danilo
www.myspace.com/aboutboy