Rassegna Stampa / Articolo
Duemilaecinque? Piuttosto bene, grazie. A partire dall'inverno, che abbiamo trascorso
tra le session di registrazione sotto i portici di Piazza Vittorio. Li Jah
può fare il tempo che vuole, neve o pioggia, e ti senti riparato, libero
di gironzolare dalla nostra Casasonica ai numerosi bar, passare e fare ciao
con la mano
agli amici. Un mese e mezzo di intenso lavoro e di altrettanto intenso night
clubbin' sulle sponde del fiume. Sempre a portata d'anfibio. La piazza sotto
certi aspetti è una
sorta di microuniverso che chiude. il cerchio spazio temporale tra le colazioni.
La Casasonica,
un tempo semplice sala di registrazione, è diventato il nuovo quartier
generale. Eh sì, perche una
volta fatto aloha al nostro ex discografico manager editore, sempre più determinato
a tentare di
trasformarci in una sorta di giocattolo personale, abbiamo deciso di cambiare
un bel po' di cose.
dei Subsonica
Fine del contratto, cambio di etichetta
discografica, ma soprattutto autogestione nel management, nei concerti,
nella comunicazione. Quindi un bel po'
di amici a darci una mano e a lavorare
insieme con noi nel nostro angolo torinese. Il nuovo disco, mixato sui colli
romani e masterizzato a Londra, ha un
sapore differente, sembra registrato sembra registrato quasi in presa diretta,
c'è più collettivo,
meno tecnologia. Disorienterà? No? Chi
lo sa? Quello che importa è che il gruppo è di nuovo insieme,
quello che conta è ricominciare dopo due anni di fermo
biologico e i molti ostacoli superati, in
modo compatto e determinato.
Abbiamo quindi deciso per il no allo
schermo del computer acceso di fronte a chi si contende uno sgabello dando
invece via libera al confronto diretto
delle idee, ai brani che crescono mentre tutto il gruppo sta suonando. E proprio
suonando decidiamo di esplorare
spazi sonori dòve prima regnava l'essenz;ialità della struttura.
Sequencer e
campionatori resteranno a far polvere
in attesa del prossimo giro.
Difendere la propria libertà creativa significa non restare intrappolati nel ripetere ciò che si ritiene aver funzionato, ma abituare chi ti segue a seguirti, non a prevederti. Spiazzare se è necessario, crescere insieme a chi si nutre della tua musica. I tempi incominciano a stringere mentre, con il mixaggio nelle mani del buon Dave Pemberton ancora in corso, dobbiamo organizzare un milione di cose, un tour che vogliamo ricco di mezzi e tecnici ma contemporaneamente non più costoso di 13 euro a biglietto, e ovviamente il video. Tutto molto in fretta. Il clip diAbitudine sarà ben risolto esteticamente, ma non nascondiamo di esserci aspettati qualcosa di più sorprendente.
Andrà decisamente meglio con il secondo. Corpo a corpo, che difatti sarà giudicato
poco adatto ai parametri di gradevolezza necessari all'alta rotazione.
Qualcuno lo chiamerà scandaloso a causa dell'esibiz.ione deformata
di pelle
e corpi nostri e di persone amiche.
Confinato di notte, quindi. Nella notte
ci siamo nati e ci sembra un castigo relativo, però non smettiamo di
stupirci
ogni qualvolta qualcuno radio, tv,
stampa si mostra arbitro così convinto
di gusti ed esigenze altrui. Il sospetto
che l'intelligenza e la curiosità del pubblico sia sistematicamente
sottostimata non ci abbandonerà mai.
Nelle interviste spesso ci viene domandato: «Perche siete considerati il gruppo italiano di maggior successo?», «Perche così tanti giovani ai vostri concerti?». Già i giovani. Parte il tour ed è un tutto esaurito. Ovunque. Di fronte a una platea di 20enni ti viene da riflettere che nel 1996, quando tutto iniziava, questi ragazzi potevano averne circa 12 di anni. E allora ti domandi: perchè nel mondo dei concerti, dove molte tournee dichiarano lo stato di crisi nonostante brani in radio rotazione lavaggio del cervello, video impeccabilmente iper giovanilisti, il così tanto bramato e prezioso "tatget-giovanile" risulti poi così ingrato da disertare la maggior parte degli appuntamenti pensati su misura? E perchè poi, invece, compare misteriosamente sotto il palco di cinque schivi torinesi che ancora non si capisce bene da dove cazzo siano usciti?
Avercela, una risposta, che se esiste forse
ha proprio a che vedere con i parametri
del "pensato su misura". Si può misurare la passione per la
musica? La si può
comprimere in un formato idoneo a esistere tra uno spot pubblicitario e l'altro,
la si può inquadrare in un "mi racco
mando meno inquietante, più solare, più
accattivante, quanto me lo fai attendere 'sto ritornello"? Sperando che
poi il tutto non produca apatia, disattenzione da ascolto di sottofondo?
Intanto il disco fmisce primo nelle classifiche di vendita sgomitando il boss
Springsteen... Le numerose recensioni si dividono nettamente tra pro e boh
con motivazioni di tutto rispetto in
entrambi i casi. Sono molto di più i pro
e, onestamente, a noi questo fa piacere. I nostri terrestri più affezionati
metabolizzano pian piano un album differente, con diversi sbalzi d'umore, lungo
quanto un doppio e con la dovuta calma
approvano e decidono di venire a riempire i palazzetti.
Ventenni ai concerti, si diceva, ma
anche ragazzzi più giovani, anche 50enni
in giacca cravatta ed espressione da
intenditori venuti proprio per ascoltare il live, non ad accompagnare i figli.
Sotto il palco non manca mai una curiosa prima Linea Sigfrido.Solitamente
fanciulle piuttosto giovani e resistenti, esperte in arti marziali da transenna,
dotate di gomito affIlato, ginocchio
rotante e una tolleranza agli urti che
saprebbe reggere l'impatto della carica
degli orchi del Signore degli anelli.
Conoscono tutte le parole a stramemoria. Samuel stesso confessa di utilizzarne
la lettura labiale durante le (non
rare) amnesie. E cantano, cantano tutti
i brani almeno due ottave sopra. Roba
che nemmeno i delfini. Ci siamo da
tempo abituati e probabilmente ne sentiremmo la mancanza. Passate le prime
file, che compongono un variopinto mondo a parte regolato spesso da oscure
meccaniche ormonali, incomincia il
popolo del concerto.
Dai 20 ai 30. Uniformi musicali? Tutte.
Dal metal al ciuffo dark anni 80 passando per l'elettronica. Dreadlock,
magliette hard core, ma molto abbigliamento casuale. La sensazione è che
per le diverse tribù musicali il concerto dei Subsonica sia terra di nessuno
e
per tutti luogo di intimità. Spuntano
talvolta occasionali occhiali a goccia,
capelli scolpiti nel gel e mandibole snodate in rappresentanza delle specie
migratorie del sabato notte italiano.
Alcuni sfogano nel pogo, altri si immergono a occhi chiusi nel suono, altri
ancora hanno reazioni più sorridenti e divertite, qualche lacrima liberatoria
scende. Molti cantano, tutti ballano.
Abbiamo chiesto loro, nel nostro trafficato sito, di raccontarsi e di raccontare
a noi cosa succede e come ci si sente
lì sotto: in mezzo a diecimila corpi in movimento. Viene fuori che quello è il
luogo dove si abbandonano le paure e
ci si carica, uno spazio dove tutto cessa
di essere un difficile equilibrio tra ciò
che si vorrebbe e ciò che si deve sopportare per forza. I ragazzi nel
descriversi sono disincantati. Per questo
appaiono lucidi. Si dichiarano scontenti di una realtà mediocre e conforme,
spaventati dallo scippo di un futuro che appare incerto quando non
minaccioso. Alla musica ci si aggrappano con le unghie nel descrivere il
proprio modo di vivere sono critici e
consapevoli dei rischi di una realtà
eccessivamente comoda e a portata di
clic. Descrivendo le persone giudicate
superficiali parlano di coetanei pienamente consapevoli nel seguire i miti
effimeri più alla portata. Non di semplici sprovvedute vittime dell'ignoranza. «Del
resto chi te lo fa fare a sbatterti per studiare, crescere, seguire una
passione, conseguire una laurea che ti darà solo disoccupazione, quando è il
Costantino di turno a diventare mito
per i nostri tempi?».
Dei Subsonica oltre alla musica ammirano una storia fatta di amici che, lavorando
insieme, hanno costruito il proprio spazio attivo di libertà, in un
mondo che raramente lo consente.
Questo per loro vale molto di più di
qualsiasi riflessione suggerita in un
testo, di qualsiasi messaggio lanciato
dal palco. Le persone socialmente attive seguono obiettivi reali e realizzabili,
al contrario, forse, di generazioni lontane alle quali si attribuisce la capacità
di aver saputo sognare e la forza di aver vissuto nel tentativo di dare corpo
ai
sogni. Per sognare però bisogna chiudere gli occhi, mentre forsè oggi è proprio
la lucidità, spesso un po' sofferente, dello sguardo di un ragazzo di
vent'anni a esserne la caratteristica e il
principale punto di forza.
Proseguiamo con i concerti ancora per qualche mese. Dopodichè probabilmente sconfiniamo. Abbiamo ricevuto diverse visite da parte di discografici e promoter europei. Quello che di sicuro, ci portiamo dietro è il sostegno, la stima e il carico di aspettative da non deludere, dei ragazzi che fino a oggi ci hanno seguito. Il più prezioso degli antidoti.